Skip to content Skip to footer

Voto fuori sede per gli studenti: il primo passo per un diritto che è ancora privilegio

Nonostante i risultati delle recentissime elezioni europee non siano ancora definitivi, in particolare rispetto al valzer degli eletti legato a rinunce, rettifiche e incompatibilità, è già possibile evidenziare degli aspetti che rendono questa tornata elettorale storica.

Voto fuori sede: i primi dati

Innanzitutto, per la prima volta, in Italia, l’affluenza alle elezioni europee si ferma al di sotto del 50%: a votare è stato il 40,69% degli aventi diritto (-6 punti rispetto al 2019), a conferma di un trend in costante calo che caratterizza il voto per il Parlamento europeo dal 2004 in avanti. I numeri destano ancora più preoccupazione se ci si concentra sui collegi a Sud del paese, dove a votare è stato il 42% nel collegio meridionale e il 35% nella circoscrizione insulare. A giocare un ruolo fondamentale per la crescita dell’astensionismo partecipano congiuntamente fattori come l’indebolimento della capacità dei partiti di mobilitare i propri elettori e un sempre maggiore distacco percepito dai cittadini nei confronti delle istituzioni, convinti di non poter incidere concretamente sulla politica nazionale e, ancor meno, su quella sovranazionale.

Un ulteriore fattore che incide sulla scarsa affluenza alle urne è la possibilità di poter votare solo nel proprio comune di residenza: in Italia, infatti, i cittadini fuorisede sono circa 5 milioni, pari a poco più del 10% degli elettori totali (circa 47 milioni).

Eppure, queste elezioni sono state caratterizzate da un altro evento storico: il voto per gli studenti fuorisede. Dopo anni di lotte e di campagne di sensibilizzazione sul tema (la più recente quella promossa dal Collettivo calabrese “Peppe Valarioti” con la rete “Voto sano da lontano”), oltre che di disegni di legge naufragati e di occasioni perse, il decreto-legge n. 7/2024, convertito dalla legge n. 38/2024, ha definito una serie di condizioni per permettere agli studenti domiciliati da almeno tre mesi in un comune fuori dalla propria regione di residenza di votare. L’avviso (pubblicato sul sito del ministero dell’Interno il 17 aprile) dava tempo fino al 5 maggio agli studenti interessati di avviare la procedura, presentando l’apposita documentazione al proprio comune di residenza.

Le richieste regolarmente accolte sono state 23.734: 21.166 per votare al di fuori della circoscrizione elettorale e 2.568 per farlo nel comune in cui si è domiciliati, in quanto appartenente alla stessa circoscrizione del proprio comune di residenza. Di queste, più di 11.000 provengono da studenti pugliesi (4.107), siciliani (3.917), campani (1.601) e calabresi (1.478).
Seguendo la stessa direttrice che, ancora una volta, divide Nord e Sud, sono state 5.000 le richieste di votare nei seggi speciali istituiti a Milano e 140 per farlo a Catanzaro, a dimostrazione – se fosse necessario – di come la possibilità di votare nel proprio luogo di domicilio incida maggiormente sui cittadini originari del Meridione. 

Voto fuori sede: top o flop?

In sostanza, su circa 500.000 studenti fuorisede italiani, solo il 4% ha scelto di sfruttare questa possibilità. Perché? Innanzitutto, vanno tenuti in considerazione gli studenti che hanno comunque deciso di esercitare il proprio voto rientrando nel comune di residenza, anche a causa della concomitanza con le elezioni amministrative, per le quali il voto fuori sede non era previsto. Hanno poi certamente inciso il poco tempo a disposizione per portare a termine la procedura, apparsa a tratti farraginosa, una campagna d’informazione non particolarmente incisiva e le modalità di voto, che prevedevano l’obbligo di avere con sé la tessera elettorale cartacea e che, in caso di circoscrizione differente da quella d’origine, prevedevano lo spostamento nel capoluogo di regione.

A recarsi effettivamente a votare è stato poi l’80% dei richiedenti, circa 19.000. I pareri si dividono fra chi considera questi numeri come testimonianza di un flop e chi, come i ragazzi di “The good lobby”, crede invece che trattandosi di una prima volta e tenendo in considerazione tutte le difficoltà riscontrate, si tratti di un “inizio promettente, segnale della volontà di partecipazione alla vita democratica su cui insistere in futuro”.

Il punto è proprio questo: se si ritiene che il diritto al voto fuori sede possa essere uno degli strumenti per far crescere la partecipazione dei cittadini e combattere l’astensionismo, questo deve essere perseguito con forza e convinzione, considerando l’espressione di questi 19.000 voti un primo passo verso un sistema di voto strutturato e garantito su tutto il territorio nazionale. Per far sì che ciò accada, deve perciò essere assicurata una netta semplificazione delle procedure e al contempo un allargamento di questa possibilità a tutte le categorie di italiani che vivono al di fuori della propria regione di residenza, per motivi di studio, di lavoro e di cura, attraverso i diversi strumenti e le modalità già in uso fuori dai confini nazionali ma anche in Italia, come il voto per corrispondenza dall’estero.

L’alternativa, lo status quo, è quella descritta dal Collettivo Valarioti, che sul tema si esprime così: “un diritto non è tale se non viene riconosciuto e garantito a tutti e tutte nella realtà; diversamente, si tratta di un privilegio. E noi oggi scegliamo un’Italia costruita sull’uguaglianza, dove chiunque possa far sentire la propria voce”.

Cc immagine in evidenza Open.it