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Come il South Working potrebbe “svuotare” il Nord e riempire il Sud

La Calabria reca le orme di tutte quelle popolazioni che, a partire dall’epoca della colonizzazione greca, si sono susseguite e vi sono giunte per motivazioni politiche, economiche o sociali. Corrado Alvaro definì la Calabria “terra severa, terra che straripa sempre, terra per la quale bisogna buttare sudore come sangue”: essa infatti, è da secoli una terra di frontiera, un luogo di attracchi e di decolli, da cui, già nella seconda metà dell’Ottocento, centinaia di uomini fuggivano, andavano “ad imbarcarsi, cantando e ridendo sgangheratamente, perché non hanno denaro per ubriacarsi di vino e si ubriacano di canti e di riso”, come si leggeva sul giornale calabrese “Il Pungolo” del XVIII secolo.

Essa, infatti, martoriata da varie problematiche, in primis dalla piaga della disoccupazione che ancora oggi non è stata rimarginata, è stata e continua ad essere il fulcro di un massiccio fenomeno di emigrazione verso l’Europa e verso continenti extraeuropei, approdi di opportunità e di benessere.

Cos’è il South Working

Cc Marco Quadri

Nel 2020, anno della diffusione del Covid-19 e del conseguente lockdown, si è verificata una vera e propria inversione di rotta: molti calabresi, dipendenti di aziende, imprese e società pubbliche e private di molteplici settori, hanno avuto l’opportunità di proseguire le attività lavorative in smart working nella propria regione d’origine. Dunque, servendosi di strumenti digitali, lo stesso concetto di luogo di lavoro ha ampliato i propri confini, eliminando ogni barriera architettonica ed è stato messo in discussione. In alcune realtà, il fenomeno dello smart working era già esistente in quanto consente flessibilità e autonomia di orari, di spazi e di strumenti.

Con l’avvento della pandemia questa nuova modalità lavorativa si è rivelata l’unica soluzione efficace ed efficiente in grado di garantire la continuità operativa di un’azienda e la fornitura di servizi. Nello specifico, essa, adottata nelle regioni del Sud, viene denominata south working, termine apparso per la prima volta nel nome dell’associazione no profit “South working – Lavorare dal Sud”, fondata dalla ricercatrice palermitana Elena Militello. La nascita dell’associazione è finalizzata a creare un network di supporto agli smart worker e a sviluppare idonee condizioni nelle regioni del Sud per lavorare al meglio, mantenendo alti livelli di produttività. Essa collabora con “Fondazione con il Sud” e SVIMEZ (Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno).

Come il South Working potrebbe migliorare l’economia del Sud

A tal proposito è stata condotta un’indagine da Datamining per conto della SVIMEZ su 150 grandi imprese, con oltre 250 addetti, che operano nelle diverse aree del Centro Nord nei settori manifatturiero e dei servizi. Secondo i dati contenuti nel rapporto SVIMEZ presentato a novembre del 2020, quarantacinquemila addetti, dall’inizio della pandemia, lavorano in smart working dal Sud per le grandi imprese del centro-nord.

Nel rapporto si aggiunge anche che “Se teniamo conto anche delle imprese piccole e medie (oltre 10 addetti) molto più difficili da rilevare, si stima che il fenomeno potrebbe aver riguardato nel lockdown circa 100 mila lavoratori meridionali”. Secondo questa ricerca i vantaggi del south working consistono nel mantenere la flessibilità negli orari di lavoro, il contenimento dei costi legati alle sedi fisiche, l’aumento della motivazione da parte dei dipendenti e di conseguenza della loro produttività.

La SVIMEZ, con l’avvio di un Osservatorio sul south working, vuole attrarre lavoratori qualificati, indicando un target di persone che potenzialmente potrebbero beneficiare di incentivi per il south working, in particolare laureati tra i venticinque e i trentaquattro anni, originari delle regioni meridionali e occupati in quelle del Centro e Nord.

Come sostiene il direttore SVIMEZ Luca Bianchi, il south working “potrebbe rivelarsi un’interessante opportunità per interrompere i processi di deaccumulazione di capitale umano qualificato iniziati da un ventennio (circa un milione di giovani ha lasciato il Mezzogiorno senza tornarci) e che stanno irreversibilmente compromettendo lo sviluppo delle aree meridionali e di tutte le zone periferiche del Paese”.

Per realizzare questa nuova opportunità è tuttavia indispensabile costruire intorno ad essa una politica di attrazione di competenze con un pacchetto di interventi concentrato su quattro cluster:

1) incentivi di tipo fiscale e contributivo;

2)creazione di spazi di co-working;

3)investimenti sull’offerta di servizi alle famiglie (asili nido, tempo pieno, servizi sanitari);

4) infrastrutture digitali diffuse in grado di colmare il gap Nord/Sud e tra aree urbane e periferiche”.

Vengono invece indicati come svantaggi un controllo inferiore sulle attività del lavoratore e i costi necessari per garantire l’operatività. Il south working tuttavia può rappresentare un’opportunità di rilancio e ripartenza per il Sud Italia in quanto ridurrebbe il fenomeno dell’emigrazione, migliorando quindi i livelli occupazionali e stimolerebbe la sua economia. Conseguentemente si creerebbero reti territoriali utili per accelerare l’innovazione, con benefici per tutto il Paese.

A tal proposito la Legge di Bilancio 2021 per perseguire obiettivi di sviluppo, coesione e competitività dei territori in molte regioni del Sud compresa la Calabria, promuove la riqualifica o la creazione di infrastrutture materiali e immateriali per lo svolgimento di attività di formazione, ricerca multidisciplinare e creazione di impresa, con la collaborazione di università, enti di ricerca, imprese, pubbliche amministrazioni e organizzazioni del terzo settore, attraverso l’assegnazione al Ministero per l’Università e la Ricerca di 50 milioni di euro per ciascuno degli anni 2021, 2022 e 2023.

La riqualificazione dei borghi

Il south working potrebbe inoltre favorire la rigenerazione e la riqualificazione dei borghi calabresi: il movimento ‘La Calabria che vogliamo’, ad esempio, punta al recupero delle zone abbandonate dei borghi calabresi e di quei locali che possono essere acquisiti dal patrimonio pubblico e dopo una ristrutturazione ceduti in comodato d’uso a chi vuole venire a vivere in Calabria.

In più essi potrebbero divenire un hub, uno “snodo” su un tema specifico come agricoltura, turismo, tecnologia e big data. Il concetto di south working è stato preso in considerazione anche dal sindaco di Altomonte Gianpietro Carlo Coppola: alcuni Comuni, infatti, si stanno mobilitando per ottenere alcune dotazioni come la connessione veloce a Internet, spazi di co-working pubblici e sale riunioni.

Per questa prima sperimentazione sono stati individuati nove borghi che potranno essere meta residenziale dei nuovi abitanti: Aieta, Albidona, Bova, Caccuri, Civita, Samo e Precacore, San Donato di Ninea Sant’Agata del Bianco, Santa Severina. Infine, la Regione Calabria sta pianificando un sistema di incentivi economici rivolto a italiani e stranieri per facilitare il trasferimento nei borghi quasi completamente spopolati. Si punta ai giovani fra i 18 e i 40 anni provenienti da un comune italiano o da uno Stato estero, affinché si trasferiscano in uno dei borghi coinvolti e partecipino all’apertura o alla ripresa di una attività economica.

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Cc Immagine di copertina Marco Quadri

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